La storia

Via Appia Antica

Nel 312 a.C., durante la seconda guerra sannitica, il censore Appio Claudio Cieco intraprese la costruzione di una nuova strada dicollegamento tra Roma e Capua, allora il più importante nodo viario dell’Italia meridionale, con lo scopo iniziale storica-cinema1di permettere l’avanzata dell’esercito romano verso il meridione italiano. Il tracciato stradale fu successivamente prolungato prima fino a Benevento, poi a Venosa ed infine è arrivato a Brindisi. Nessuna strada romana ha raggiunto l’importanza rivestita dall’Appia Antica; collegando infatti Roma e le principali città del centro e sud Italia col porto di Brindisi, la strada ha costituito una vera e propria testa di ponte con l’Oriente divenendo il tramite di tutti i traffici con la Grecia, l’Oriente e l’Egitto e rappresentando il tracciato fondamentale per le spedizioni militari, i viaggi e i commerci. L’arteria stradale fu definita regina viarum dal poeta Stazio nel I secolo d.C. e per altri autori fu insignis, nobilis, celeberrima proprio per l’alto valore che rivestiva e perché divenne presto modello insuperato di tutte le strade che uscivano da Roma in direzione delle più lontane regioni dell’Impero.

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La ricchezza dei traffici commerciali e la conseguente alta frequentazione antropica della via favorirono, lungo il suo asse, il nascere di molteplici attività produttive ed economiche come mutationes, mansiones, caupone, tabernae, hospitia, impianti termali come quello di Capo di Bove e ville suburbane a carattere agricolo-produttivo con annesso nucleo residenziale come la Villa dei Quintili. A causa dell’impossibilità di seppellire o cremare i defunti all’interno delle città, lungo i margini della strada si è costituito, nel corso dei secoli della storia romana, un grande sepolcreto fatto di tombe di aspetto e dimensioni differenti che rappresentavano spesso un momento di celebrazione delle famiglie che ne ordinavano la costruzione; il viandante ammirava la grandezza di alcuni sepolcri e poteva leggere i nomi di antiche e illustri famiglie romane celebrandone il ricordo e il prestigio come accade ancora oggi di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella.

A volte il tempo non riesce a scalfire del tutto l’aspetto di un monumento, né l’atmosfera particolare e l’alone di mistero che lo circonda. Ecco la descrizione che ci dona Byron del Mausoleo di Cecilia Metella:

“Esiste una severa torre di altri tempi,
Salda come una fortezza, con la sua difesa di pietra,
Simile a quelle che frustrano la forza di un esercito,
Anche se si ergono con metà soltanto dei loro bastioni,
E con l’edera di duemila anni,
La ghirlanda dell’Eternità, dove ondeggiano
Le verdi foglie gettate dal Tempo ovunque;
Dov’era questa torre forte? Nella sua caverna
quale tesoro giace così “ rinchiuso, così “ nascosto”?
La tomba di una donna.”

George Byron, Childe Harold, quarto canto dell’opera Pellegrinaggio del cavaliere Aroldo (1812-1813),
Lord Byron